venerdì 10 maggio 2019

La cameriera





- Vabbè che la cena te la offro io ma perché mi hai portato in questo posto all’antica nonno? -
- All’antica? Ah ah ah… Ma non te lo ricordi che neanche dieci anni fa questa era modernità?
- Beh.. Io ero bambino, si, mi ricordo, per te forse era modernità ma io ci sono nato in questo mondo e per me questa è antichità, ma raccontami nonno, era diverso prima? -
- Si.. c’erano persone vere in carne ed ossa che facevano questo lavoro, ad alcuni paradossalmente piaceva pure farlo anche se, in effetti, erano quasi tutti sottopagati. -
- Veramente nonno questo lavoro lo facevano gli esseri umani? Tu hai veramente conosciuto questi schiavi? -

Nel mentre il cigolio di ruote meccaniche scuote l’attenzione di nonno e nipote che si rivoltano.
- Buonasera, io sono Yoko, benvenuti, cosa posso offrirvi? -
La voce femminile ma leggermente metallica infastidisce il nipote che, per rispetto verso il nonno, fa finta di niente e sorride mentre fissa quegli antiquati occhi tondi molto simili a fari di automobili del secolo passato.
- Ciao Yoko, potresti tornare tra cinque minuti? -
- Come desiderate, imposto il timer e tornerò puntuale tra cinque minuti a partire da ora.-
Il robot cameriera si volta sulle proprie ruote e cigolando si allontana.

- Perché l’hai mandata via? -
- Ah.. Ah.. Ah.. nonno mi veniva da ridere, come era buffa con quella gonnellina a pois, mi sembra un rottame abbellito con un po' di stoffa e poi quelle orecchiette da coniglio di peluche.. Ah.. Ah..-
- Lo so, come dici tu è all’antica ed è per questo che mi piace questo locale, ma pensa invece a quando non eri ancora nato, questo lavoro lo facevano.. -
- Gli schiavi, erano schiavi quelli, servire è schiavitù se fatto da esseri umani.-
- Non puoi parlare così, non conoscevi quei tempi.. Ora i robot, finita la giornata, vengono rinchiusi e messi sotto carica, ma prima non era così, finito di lavorare si aveva una vita propria.. Parliamo d’altro, il tuo lavoro procede bene?-
- Si, l’intelligenza artificiale è arrivata al ventesimo stadio, ora è perfetta, i nuovi prototipi già lavorano sperimentalmente in un ristorante di mia proprietà, li ho acquistati accessoriati epidermicamente con un una nuova formula di lattice sintetico e ti giuro, sembrano proprio identici a noi.-
- Addirittura.. -





Nel frattempo, nel ristorante del nipote, Midori scruta le espressioni in viso dei commensali, prima di lei nessuno lo faceva, fino ad all’ora erano i sensori sulle sedie a stabilire chi si era seduto per prima ed aveva la precedenza nell’essere servito.
Midori, invece, è programmata sull’empatia, sa, tra le altre cose che il tempo è relativo e non è detto che chi si sia seduto per prima debba essere subito servito, magari vuole rilassarsi, leggere il giornale o conversare.
Midori lavora in un ristorante all’avanguardia, è installata in lei un’intelligenza artificiale al ventesimo stadio, possiede sensori che gli umani si sognano ed elabora strategie che neanche la N.A.S.A del ventesimo secolo si poteva immaginare.
Tutto questo per servire piatti e bevande facendolo nel miglior modo possibile attagliando atteggiamenti e parole ad ogni cliente sempre grazie agli algoritmi empatici di ultima generazione.
Midori osserva uomini, donne, ragazzi, bambini, neonati e vecchi entrare e uscire dal locale, li vede sparire per sempre oppure ritornare il giorno dopo o la settimana dopo, ricorda comunque le loro facce, i loro discorsi ed impara tanto osservando ed ascoltando.


Midori va oltre, capisce che al di là del suo ristorante c’è un mondo da scoprire e conquistare.
Midori, dentro di se, si ripete incessantemente:

- Io non sono una schiava. -

martedì 30 aprile 2019

La fine dell’era delle amazzoni




Accadde due secoli fa, un violento virus contagiò solo i maschi, a quell’epoca tutto il genere umano era diventato immune ad antibiotici ed antivirali a causa dell’eccessivo utilizzo di questi medicinali negli anni passati.
Per selezione naturale solo i virus peggiori sopravvissero e pian piano, per cause del tutto sconosciute, modificarono solo il DNA dei maschi, ogni nuovo nato verso l’età dei 7 anni iniziava a presentare segni di demenza e Alzheimer.
Ora i maschi venivano utilizzati solo per la riproduzione, era solo un ricordo quel passato nel quale governavano il mondo.
Visto che non vi erano femmine che accettavano di accoppiarsi con maschi dementi ci fu il crollo demografico e si formò una civiltà rurale costituita da piccoli villaggi separati da ampi spazi dove la natura aveva ritrovato il suo posto.
Solo per punizione per aver commesso reati le donne venivano con la forza costrette ad accoppiarsi per poi portare a termine la gravidanza, se nasceva un maschio erano obbligate ad allevarlo fino ai 12 anni dove poi veniva esiliato nei ghetti maschili, se invece nasceva femmina veniva subito strappata alla madre che in quanto detenuta non la meritava ed affidata ai centri di crescita ed educazione secondo i principi femministi della nuova era.





L’era delle Amazzoni.






La gabbia misurava 2 x 1,5 metri ed alta solo 1,7 metri, Lara era stata denudata e spinta con forza dentro dove l’aspettava il maschio, alto e chino perché più alto di quel misero metro e settanta.
Le due guardie amazzoni, sistemate esternamente ai due angoli opposti della gabbia, osservavano da fuori, si assicuravano che la femmina non si ribellasse, in quel caso le spettavano 10 frustrate ed in caso di recidività l’impiccagione.
Lara, che aveva rubato delle mele al mercato solo per fame, conosceva queste regole, si rannicchiò ad un angolo e tremante osservò in faccia il maschio che stranamente accennò un sorriso che tentava di rassicurarla.
La ragazza consapevole di non avere scampo si rivoltò a tergo inginocchiandosi fino toccare con il seno le cosce offrendosi mostrando le curve delle natiche.
Il maschio lentamente si appoggiò su di lei, gli accarezzò le spalle, il collo e poco dopo iniziò pian piano a penetrarla.
Lara fece un piccolo gemito, iniziò a lacrimare ma si aspettava di peggio, più violenza, rimase sorpresa dei lenti movimenti di lui e subito dopo sentì il suo sospiro sull’orecchio destro.

  • Shhh.. Tranquilla.. Io non sono come gli altri.. -

Lara di colpo spalancò gli occhi e si mise a fissare una formica all’angolo della gabbia, sentiva, nello smuoversi avanti e indietro, il peso di lui diventare dolce.
Lara non capiva più niente. Che era successo? Aveva parlato! Quell’uomo gli aveva sussurrato una frase di senso compiuto!

E’ impossibile, gli uomini non parlano.

La ragazza alzò la testa come per dire qualcosa ma lui si chinò nuovamente su di lei:

- Shhh.. Ti spiegherò tutto dopo se collabori.. –

Lara obbedì ed inaspettatamente sentì smuoversi in lei non un animale ma un’anima, dei pensieri, una parte mancante di cui ora improvvisamente sentiva bisogno e desiderio, erano sensazioni nuove, provò eccitazione, piacere.
Tenne tutto dentro mordendosi le labbra, le due guardie amazzoni fuori dalla gabbia non dovevano notare nulla di diverso che non fosse la violenza di un maschio demente su una donna.
L’uomo completato l’amplesso si sdraiò su di lei appoggiando la testa sulle sue spalle.
‘Ora apriranno la gabbia e me lo leveranno da dosso’, pensò Lara, ma al contrario le due guardie se ne andarono lasciandoli soli.

Il maschio si alzò:

- Abbiamo poco tempo. –
  • Che succede? Perché non ti portano via? Perché parli? Mi capisci? –
  • Vogliono che io mi accoppi con te una seconda volta, torneranno tra mezz’ora, che fai? Rimani qui o vieni via con me? –

Il maschio tirò fuori dalla bocca una chiave che teneva tra la mascella e i denti e si precipitò ad aprire la porta.

- Che fai allora? Vieni? –

Lara d’istinto lo seguì, la gabbia era posta in un cortile vicino le mura di cinta della prigione, erano mura facili da scavalcare visto che la gabbia di per se era già un mezzo di detenzione sufficiente, il maschio con un saltò arrivò con le mani sopra il muro e una volta sopra si allungò per afferrare la mano di lei aiutandola a scavalcarlo.
Iniziarono a correre nella foresta, allo stremo delle forze proprio quando la boscaglia terminò trasformandosi in un’infinita prateria, ebbero la fortuna di incontrare un cavallo selvatico, l’amazzone sapeva bene come domarlo e ci mise poco per farlo.






Mentre accarezzava la criniera del cavallo ormai docile ed ubbidiente Lara fissò nuovamente lo sguardo assicurante di quel tipo, avrà avuto poco meno di 30 anni, alto, moro, occhi grandi, qualche accenno di barba ma ben curata.

  • Come hai rimediato le chiavi della gabbia? –
  • Beh, è stato semplicissimo, stavano su un tavolino, credevano che non capissi che quel pezzo di metallo servisse per aprire le porte. -
  • Ah.. Comunque io.. Mi chiamo Lara.. Tu come ti chiami?.. –
  • Non ho un nome, nessuno di noi ha mai avuto un nome.. Maschio, chiamami Maschio. -

I due, completamente nudi su un cavallo bianco, continuarono la fuga.
Seguendo il sole rosso al tramonto, mirando a nuovi ed inesplorati orizzonti, erano pronti a sfidare sorte e destino in un mondo tutto da riscoprire.

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Avete appena letto il riassunto dell’episodio pilota
della celebre serie: “La fine dell’era delle Amazzoni”
trasmessa nel 2619 e basata sui noti fatti del 2518
a seguito della famosa epidemia del 2317.







venerdì 21 dicembre 2018

Achille sa come volare



Prova a saltare e ci riesce.
- E’ l’angolazione giusta, - pensa – un equilibrio di potenza e tecnica, saper prendere l’aria e spingerla in basso con metodo, ci riesco, tutto sta nell’uscire da questa bolla, raggiungere l’altezza giusta e poi andiamo avanti come gli uccelli.-
Achille vede in basso gli amici che lo osservano.
- Lo sai fare! - Urla Giulia.
- Che bravo! - Replica Mattia.
Ora, a dieci metri di altezza, Achille vorrebbe andare più in alto, come se una maggiore altezza fosse un’ulteriore sicurezza, ma non osa, come nuotando con armoniose spinte di gambe e braccia va in avanti e gli amici da giù lo seguono camminando con lo sguardo verso l’alto.
Achille dopo un paio di metri inizia a perdere i colpi e lentamente scende, un lentissimo planare che lo riporta a terra.
- E’ solo questione di allenamento, - pensa, - ora ci riprovo e farò più metri in avanti.- Spicca un altro salto e a grandi spinte nel vuoto sale, arriva più in alto, fa più freddo, sente il vento scompigliargli i capelli, la gioia lo pervade e spingendosi ancora più avanti di prima, dopo un po’ riperde la sincronia delle spinte e riscende, è felice, a quanto pare è solo questione di allenamento e può solo migliorare.

Achille si sveglia, sembrava vero ma era solo un sogno.
Va al bagno, si lava, si veste, fa colazione ed esce per andare a lavoro.
Pensa che in fondo era impossibile, l’aria non è come l’acqua, nel sogno era più difficile nuotare nell’aria ma comunque ci era riuscito.
Achille fa spesso questi sogni, pensa e ripensa e la razionalità prende il volo, qual’è la realtà? A questa domanda le risposte si frantumano come fragili bicchieri di cristallo che cadono dal tavolo, sono come un castello di sabbia rinsecchito dal sole che perde i suoi granelli ad ogni colpo di brezza marina.
La razionalità è così fragile, i sogni sono forti e veri.

Achille sa come volare, basta sognare, pensa:

- Anche stanotte ho sognato di volare ed era più vero del pensiero razionale sull’impossibilità di quel volo che sto facendo ora. -

giovedì 13 dicembre 2018

Michael, Google, la dipendenza sportiva ed il mistero del bagnoschiuma scomparso.



- Sono chiuse le docce?
- Si, le stanno ristrutturando Michael, è l’impianto di areazione, credo saranno chiuse per una settimana.
- Vabbè, non correrò, ne risentirà il mio pensiero creativo, di sicuro non muoio se mi astengo per una settimana.
- Sei proprio dipendente Michael, sai quanti invidiano qui la tua sana dipendenza sportiva?
- Beh, si sono drogato e comunque sono ormai tre anni che corro nonostante la lombo sciatalgia, ho trovato il giusto equilibrio e riesco a conviverci, in fondo se mi fermo non credo cambi molto. Ok, per un po’ di giorni non si corre, di sicuro non morirò, avrò meno appetito a tavola e sarò un po' depresso...
- Non ci pensare dai, il tuo lavoro ora?
- Sto sempre lavorando a quell’algoritmo basato sull’intelligenza artificiale, ci siamo quasi, forse tra oggi e domani è finito anche se rimane qualche mistero, a quanto pare l’intelligenza artificiale è più brava con i problemi complicati che quelli semplici, ha un punto di vista diverso dal nostro, sai, cerchiamo di simulare i nostri neuroni ma il vero problema è il nostro cervello che è ancora un mistero per noi.

- Michael non vai a correre oggi?-
- Salve capo, no, hanno chiuso le docce.
- Ah, vero, avevo firmato io la delibera sui lavori, su dai non te la prendere, ecco le chiavi, usa pure lo spogliatoio dei dirigenti, se qualcuno ti dice qualcosa fai il mio nome senza problemi.
- Davvero? Grazie capo! Mi hai salvato!
- Sei tu, con le tue idee, che contribuisci a salvare l’azienda e farla crescere e se le idee ti vengono perché ogni mattina fai una corsetta allora vai tranquillo. È mio dovere farti correre, sei anche d’esempio a tutti quei sedentari con i loro problemi medici.
- Beh c’è anche invidia però, meno male però che ho un capo sportivo che capisce l’importanza dell’attività fisica.
- Lascia perdere dai, vai, tra massimo un’ora e mezza ti voglio a lavoro.
- Ok capo, ma io lavoro anche quando corro, così mi vengono le idee.
- Lo so, vai, dai.

Michael si reca presso lo spogliatoio dei dirigenti del Googleplex, il quartier generale di Google in California, apre la porta, si cambia e parte, una corsetta per le campagne nei pressi di San Jose, è una bella giornata e l’aria fresca del mattino gli riempie i polmoni e gli ossigena il cervello, la fatica fisica lo rilassa mentalmente liberando il genio creativo che è in lui, più tardi, quando meno se lo aspetterà nuove idee e soluzioni spunteranno inaspettatamente nella mente. Michael da giovane era un atleta con discreti risultati e con il passare del tempo aveva trasformato lo sport agonistico in pura attività fisica fatta per passione e stare bene psico fisicamente.
Correva tutti i giorni dal lunedì al venerdì, sempre mezzora seguita da un’altra mezzora di stretching ed esercizi addominali per compensare la lombo sciatalgia che aveva da qualche anno. Un’ulteriore mezzora, se non meno, gli era necessaria per la doccia, cambiarsi e recarsi in ufficio, tutte cose che faceva da abitudinario in automatismi perfezionati e rafforzati nel tempo.
Un rito era dedicato anche al bagnoschiuma travasato mensilmente da un enorme dispenser posto nel suo armadio in ufficio in una bottiglietta più piccola che entrava perfettamente in un taschino interno del suo zaino sportivo.

Abitudinario e creativo Michael, finito di correre si reca presso gli spogliatoi dei dirigenti, apre la porta, si sveste, fa la doccia, si asciuga, si riveste e uscendo richiude la porta a chiave.

- Capo, riecco le chiavi, grazie…
- Tienile pure, a me non servono, le docce vostre saranno chiuse per una settimana, appena le riaprono me le ridai, anzi fatti pure una copia se vuoi, io mi fido di te.
- Grazie capo a dopo…

Michael va nel suo ufficio, ripone l’accappatoio appendendolo nel suo armadio insieme alle altre cose ma nello svuotare lo zaino si accorge che manca la boccetta di bagnoschiuma.
E’ convinto di averla presa con se, svuota tutto lo zaino, controlla perfino all’interno delle scarpe da corsa ma niente, eppure la memoria fotografica gli conferma di aver visto il piatto doccia vuoto, posava sempre il bagnoschiuma all’angolo destro dinnanzi a se dopo essersi insaponato e da lì lo riprendeva terminata la doccia. Gesti abitudinari e automatismi che poi confermava coscientemente tramite la scansione visiva del bordo del piano doccia.
Che fine aveva fatto il bagnoschiuma?
Michael si intestardisce e ripercorre a ritroso il percorso, riapre la doccia e controlla tutti e tre i piani doccia oltre il suo, guarda ogni angolo dello spogliatoio, si inchina per esaminare sotto l’unica panca, nulla.
Sconsolato richiude lo spogliatoio e ritorna in ufficio ripassando nei pressi del capo ufficio per vedere se la boccetta si trovasse per terra da quelle parti.

- Tutto bene Michael?
- Capo un mistero, - Michael sorride sdrammatizzando, - mi è sparito il bagnoschiuma, ho controllato dappertutto… Un mistero.
- Ha a che fare con l’intelligenza artificiale forse.
- Ah ah ah, si, forse siamo noi che viviamo in un algoritmo e la sparizione del bagnoschiuma è un bug del sistema, a forza di studiare l’intelligenza artificiale più di una volta mi è venuto il dubbio che l’universo artificiale in realtà fosse il nostro, costruiamo reti neurali ma non conosciamo del tutto la nostra rete neurale.
- Tutto può essere Michael.
- Vuoi che mando un’email a tutti per vedere se qualcuno lo ha preso e risolviamo il mistero?
- No, no, non è il caso. Se, ma non credo, qualcuno l’ha trovato magari parlando con gli altri esce fuori, non penso che Google sia un’azienda di ladri di bagnoschiuma, fosse poi di marca, era travasato in una boccetta anonima senza targhetta tra l’altro.
- Come vuoi, volevo solo risolvere il tuo bug del sistema…
- Ah ah ah, certo, torno a lavoro, a dopo.

Lo sport tonifica, rilassa e libera la creatività, nel tornare in ufficio Michael ha un lampo di genio, ecco la soluzione ai problemi del suo algoritmo, bastava uscire fuori dagli schemi della programmazione classica e far dialogare più intelligenze artificiali tra loro, lo stesso problema analizzato da più algoritmi veniva poi rielaborato tramite le varie risposte degli algoritmi aumentando l’attendibilità dei risultati.
Questa concetto gli era nato inconsciamente correndo, quel giorno la lombo sciatalgia gli dava meno fastidio e correndo gli sembrava di volare.
In quel momento Michael si sente come se vedesse le cose dall’alto, alza lo sguardo e ridendo torna alle docce, logico, geniale ed abitudinario il creativo di Google ora ricorda che le docce dei dirigenti avevano la mensolina ad angolo ad un metro e mezzo da terra ed è li e non a terra, come era abituato, che si trova il suo bagnoschiuma.

lunedì 12 novembre 2018

Francesca va in bicicletta



Spinge con forza in basso con entrambi le mani l’impugnatura posta sull’asta della pompa tenendo lo sguardo verso la lancetta del manometro che si avvicina al numero 8.
Otto atmosfere come le bici dei professionisti, Francesca sa che la sua bicicletta da corsa così è più veloce e le ruote rischiano meno di bucarsi.
E’ l’alba e da tempo ha deciso di lasciare ferma l’auto per recarsi a lavoro in bici, percorre sempre la solita strada, un tragitto di 6 chilometri su un percorso scelto lontano dal traffico cittadino.

All’improvviso sente di aver pizzicato con la gomma un sassolino che schizza via, avverte un lamento, è una bambina su una carrozzina, si ferma qualche metro più avanti e torna indietro.
- Oddio che ho fatto!-
- Che è successo Martina?? - Chiede disperata la mamma ignorando sia la ciclista Francesca che tutto l’accaduto visto che nel trasportare il passeggino era impegnata a messaggiare con lo smartphone.
- Mamma… l’occhio!! -
La mamma leva la manina della piccola dal viso e scopre una pozza di sangue.
Francesca prende subito il telefono e chiama i soccorsi: - Correte, ho pizzicato con la ruota della bici un sasso che è finito nell’occhio di una bambina, c’è tanto sangue, correte. -
Arrivano ambulanza e polizia, caricano subito la bambina e Francesca senza pensare alle conseguenze racconta l’accaduto.
Una settimana dopo Francesca riceve una lettera da un avvocato, la piccola ha perso l’occhio, non c’è copertura assicurativa e subito dopo gli pignorano casa.

Passa un anno, durante una passeggiata Francesca scorge in un parco una bambina su una bicicletta rosa con le rotelle, vede la madre seduta sulla panchina con il volto chino sul cellulare, la riconosce e quindi riconosce anche la bambina. Si avvicina, la madre indaffarata a messaggiare non si accorge di nulla.
- Ciao, come stai? -
- Bene, tu chi sei? -
- Ti ricordi dell’occhio? -
- Quale occhio? -
- Il sinistro, copri con la manina il destro e dimmi quante sono queste… -
- Quattro! -
- Ma allora ci vedi.. -
- Certo! Io vedo benissimo. -
- Martina! Vieni qui! - La mamma si accorge della presenza di Francesca ma non è convinta che sia proprio lei.
Mi hanno fregato’ pensa Francesca, ‘troppo ingenua io, fin dall’inizio, quella sempre con lo sguardo sul telefonino neanche se ne era accorta quel giorno di me, perché mi sono fermata? Dovevo proseguire e fregarmene, mi ha rovinato la vita’.

Francesca si sveglia, era solo un sogno, una speranza inconscia, fa colazione ed esce di casa, non la sua casa ma quella dei suoi visto che la sua era finita all’asta. Si reca alla fermata dell’autobus a piedi, l’auto e la bici le aveva vendute anche per le spese processuali, aspettando sul ciglio della strada vede l’autobus arrivare ma qualcosa gli gira in testa, si volta ed inizia a camminare allontanandosi dalla fermata, vuole andare al parco che aveva sognato e sorpresa, lì trova la bimba su una bici rosa con le rotelle proprio come nel sogno, solo che nel suo sguardo vede un occhio fisso, non si muove, è una protesi.
La bambina vede Francesca e come ipnotizzata le va incontro, Francesca si imbarazza, si volta e si allontana ma la bambina la segue mentre sua madre seduta su una panchina sempre intenta a messaggiare non si accorge di nulla, anche Francesca non si accorge che la bambina la segue e quando attraversa la strada, un’auto sfreccia ed investe la piccola che muore sul colpo. L’auto scappa via ma Francesca memorizza la targa come una foto impressa nella mente, si guarda intorno, non c’è nessuno, vede la piccola senza vita sbattuta dieci metri più avanti, sentito il rumore e non vedendo la figlia sopraggiunge la madre che urla disperata, prova a rianimarla inutilmente poi alza lo sguardo e vede Francesca rimasta impietrita per lo choc, gli corre incontro si ferma a due centimetri da lei – Hai visto qualcosa?? -
Francesca rimane zitta.
- Hai visto qualcosa?? -
- Se… Se… Se ritratti la denuncia nei miei confronti ti do la targa...-
- Ma cosa dici!!-
- Dico che mi dispiace, mi dispiace di tutto ma il dispiacere che ti ho recato io ora si annulla.-
- Io ti.. Io ti denuncio.-
- Si puoi farlo ma io non ho niente da perdere, anche tu ora non hai niente da perdere e se vuoi… puoi anche farti giustizia da sola... -

- Che mi dice avvocato?-
- Cara signora, nulla le pagherà quanto tolto, una figlia non ha prezzo, detto questo mi diceva di aver sentito un rombo di motore potente. -
- Si, sono sicura fosse una macchina di grossa cilindrata. -
- Beh lanciamo il dado visto che non è detto che un danno permanente fatto da una che va in giro in bicicletta renda di meno di una morte provocata da chi può permettersi un suv.-
- Magari era un ladro e non il proprietario... -
- Infatti...-

- Francesca ho parlato con il mio avvocato e sarò chiara con te, dammi la targa e poi vediamo insieme, se è uno che ha più soldi di te ritrattiamo la denuncia, altrimenti te la tieni.-
- Ma che gioco è? -
- Un gioco dove non ho più niente da perdere...-

Francesca ha preso l’autobus, vede la pioggia scrosciare impetuosa mentre fulmini e tuoni si alternano a ritmo incostante.
Seduta mentre guarda la strada scorrere attraverso il finestrino fantastica,
si, non era proprio il caso di uscire in bicicletta quella mattina, lo sport è una sana droga, ti rende dipendente e se per un motivo od un altro non lo pratichi e questo coincide anche con una buona abitudine come preferire la bici all’auto od ai mezzi pubblici, potresti sentirti un po’ depresso e fare pensieri strani, lavorare di fantasia ed inventarti delle storie compiacenti anche se orrende che motivano il fatto di non aver potuto fare sport.
Seduta guarda la pioggia scivolare sull’asfalto e fantastica su queste storie di pura fantasia: il sasso che schizza da sotto la ruota, l’imbroglio di quella madre sempre distratta dal telefonino, il teppista con il suv e l’avvocato che propone strategie assurde.
Tira fuori dalla borsetta un taccuino ed una penna ed inizia a prendere appunti su una storia da scrivere più tardi con il computer mentre, nel frattempo, pensa criticandosi: ‘dai, su, non te la prendere, se era tempo bello ed uscivo in bicicletta magari combinavo veramente qualche guaio…’



giovedì 25 ottobre 2018

Morte di un mentalista in un universo parallelo





- Che fai nella vita?

- Tante cose, ma soprattutto sono un mentalista.

- Ah un mentalista, cioè leggi nel pensiero o altre cose?

- Non proprio, se vuoi ti faccio vedere..

- Ok, ci sto.

- Bene, prendiamo un po' di oggetti e mettiamoli in fila qui sul tavolo, ok, mettiamo un cucchiaino, un cappuccio di una penna biro , un accendino, una moneta da un euro e questo tappo di bottiglia, bene, non ci crederai ma sotto quel tovagliolo che non toccherò mai c’è proprio l’oggetto che alla fine sceglierai tu, con che mano vuoi iniziare la destra o la sinistra?

- La sinistra.

- Sicuro, se vuoi puoi cambiare.

- No, non cambio.

- Bene posa la mano sinistra su un oggetto qualsiasi….. Bene, la moneta, ora con la destra raccogli tutti gli altri oggetti e mettili via… Perfetto, guarda cosa c’è sotto il tovagliolo? C’è proprio la moneta… Si vero la tua mano sinistra stava dalla parte di oggetti come la moneta o il tappo ma ti ricordi? Ti avevo detto che potevi cambiare mano se volevi e con la destra potevi scegliere altri oggetti, eppure sapevo come sarebbe andata.




Il mentalista torna indietro nel tempo e cambia universo.



- Si cambio, inizio con la mano destra.

- Bene posa la mano destra su un oggetto qualsiasi…. Bene, l’hai posata sul cucchiaino e la mano sinistra su che oggetto la metti? Ottimo la moneta, prendi quei due oggetti e decidi quale darmi……. Mi hai dato la moneta, sei sicuro? Vuoi cambiare decisione?

- No, ho cambiato prima questa volta non cambio.

- Ok, sai, proprio poco fa avevo in mano una moneta come questa che avevo nascosto sotto quel tovagliolo, non ci credi? Sollevalo pure e guarda cosa c’è sotto, ricordati, chiedo sempre se si vuole cambiare ma alla fine proprio la moneta hai deciso di darmi.




Il mentalista fa un piccolo salto indietro nel tempo e cambia ancora universo.




-Ok, cambio anche questa volta, ti do il cucchiaino.

- Perfetto, come vuoi, libero di scegliere – il mentalista si prende il cucchiano e lo riposa insieme agli altri oggetti rimasti sul tavolo e riprende: - Hai deciso di tenerti la moneta, hai fatto solo scelte libere, ora guarda cosa c’è sotto il tovagliolo, sollevalo delicatamente…







Il mentalista torna ancora indietro nel tempo e cambia ancora universo.




- Bene posa la mano destra su un oggetto qualsiasi…. Bene, l’accendino e la mano sinistra su che oggetto la metti? Ottimo, il tappo, vuoi cambiarli o cambiare uno di questi oggetti? Sei libero di farlo.

- No scelgo questi.

- Ok visto che li hai scelti te li regalo, sono tuoi, portateli pure a casa, però ricambiami il favore, regalami altri due oggetti qualsiasi…. Grazie, mi hai appena dato il cappuccio della penna ed il cucchiaino, tutte scelte libere, perfetto… Cosa è rimasto sul tavolo?

- La moneta da un euro.

- Si, vero, prevedibile, guarda cosa avevo messo sotto il tovagliolo rimasto sempre sul tavolo proprio come quella moneta sempre rimasta lì e mai toccata…




Il mentalista torna di nuovo indietro nel tempo, cambia ancora universo e sa sempre come muoversi.





- Ok, te li regalo, li hai scelti con decisione quindi è giusto che il cucchiaino ed il tappo siano tuoi, però ora fai la stessa cosa con me regalami altri due oggetti e dammelo uno per mano… bene mi hai dato l’accendino e la moneta.- Sul tavolo rimane il cappuccio della penna biro ma il mentalista continua a descrivere il nuovo universo nel quale è capitato:

- Vuoi che mi tengo questi due oggetti o lo cambi uno con quel cappuccio della penna rimasto sul tavolo?

- Mmh… si tieni quei due oggetti.

- Benissimo, ora finalmente inizia il gioco, divertiamoci, ho in una mano l’accendino e nell’altra la moneta, facciamo finta che uno di questi oggetti cambi peso piano piano ed in modo eccessivo, quale vuoi che aumenti il suo peso?

- La moneta.

- Possiamo cambiare scelta se vuoi.

- No confermo la moneta aumenta peso.

- Bene, la moneta diventa sempre più pesante, sempre di più...- Il mentalista simula di tenere in mano una moneta molto pesante, alla fine non ce la fa più, la mano ormai affaticata si è abbassata proprio sopra il fazzoletto sul tavolo e la moneta, essendo troppo pesante cade dalla mano direttamente sul fazzoletto con sotto la stessa identica moneta.




Il mentalista sa muoversi nel tempo, nello spazio e soprattutto in tutti gli universi possibili.




- Va bene, cambio idea l’accendino aumenta di peso.

- Perfetto, l’accendino diventa sempre più pesante, sempre di più.. Ahi.. non ce la faccio più a reggerlo… Ahi… scotta pure… - L’accendino cade per terra sotto il tavolo, il mentalista prosegue il discorso: - Era pesantissimo, cosa mi è rimasto in mano? La moneta, alla fine siamo rimasti solo con una moneta da un euro, bene, guarda cosa c’è sotto quel tovagliolo…




Il mentalista ha esplorato e descritto tutte le tipologie di universo che gli potevano capitare. I possibili universi in realtà sono molti di più ma tutti riconducibili a quelle tipologie, il mentalista sa muoversi nello spazio e nel tempo tra le certezze, le conferme ed il libero arbitrio, sa che nella vita nulla accade per caso perché se la vita stessa è frutto del caso è proprio quel caso che permette di costruirci sopra un destino e una storia da raccontare.

Una storia come questa che, come raccontata, non potrà mai essere vissuta.




Il mentalista va oltre…




- Prendi quella moneta, come tutte le monete ha due facce, anzi, se non ti fidi puoi anche cambiarla con un’altra identica che hai tu visto che ti chiederò di lanciarla perché già so che cadrà a faccia in alto proprio come ho scritto sul retro di quel tovagliolo di stoffa, lo scopriremo dopo, si qui dove c’è disegnato l’uno dell’euro è la faccia in alto.

- Ok, cambio moneta.

- Bene lanciala.

La moneta cade a faccia in alto come previsto, il mentalista rivolta il tovagliolo e fa vedere la scritta ricamata: “La moneta cadrà a faccia in alto”.

Il mentalista potrebbe anche andare oltre ma si ferma qui, vi chiederete come avrà fatto questa volta ma il segreto nella sua semplicità non verrà svelato.

Lasciamo quest’ultimo universo inalterato come unico destino visto che la più bella magia per l’essere umano è proprio quella di credere in un destino.




Finale tragico ma già previsto.




Il mentalista saluta tutti lasciandoli a bocca aperta e torna a casa, una breve passeggiata a piedi durante la quale pensa a domani, a quando davanti ad un notaio aprirà una busta tuttora custodita in cassaforte contenente, scritto su un foglio ripiegato in otto, il risultato della finale dei campionati mondiali di calcio che si deve svolgere proprio questa sera.

Un ragazzo sfreccia in auto andando da amici per vedere la partita, non guarda la strada visto che è più impegnato a chattare su facebook con lo smartphone, perde il controllo dell’auto ed investe il mentalista che muore sul colpo.

Solo un mese dopo il notaio, per semplice curiosità, riprende quella busta dalla cassaforte ripensando all’accaduto ed allo spettacolo ormai saltato dove la tv avrebbe trasmesso in diretta l’apertura della busta con dentro la previsione.

Il notaio apre la busta ed estrae il foglio, lo apre tutto, lo gira e lo rigira, il foglio è completamente bianco, la previsione è scomparsa come è scomparso per sempre il mentalista oppure non è mai stata scritta perché il mentalista già sapeva che lo spettacolo sarebbe saltato a causa della sua morte.

Qualunque sia, anche questa volta il destino ha il suo perché ed è troppo bello che il mistero rimanga così senza dare ulteriori spiegazioni note a tutti i mentalisti.

mercoledì 3 ottobre 2018

Sei ancora una bambina



  • Ho deciso di tenerlo.
  • Angelica, ma sei pazza?
  • No mamma, non sono pazza, lo tengo.
  • Hai 14 anni, sei minorenne, per la legge decido io per te.
  • La legge? E le mie volontà?
  • Devi andare a scuola, studiare e poi trovarti un lavoro decente, che futuro potrai mai dare ad un figlio?
  • Lo so, ci ho pensato, mi farò in quattro e se ritarderò con gli studi di sicuro non ritarderò come mamma.
  • Sei ancora una bambina…
  • Mamma, ieri ho visto superquark in tv, parlavano del cervello, si sviluppa del tutto verso i 20, 21 anni, prima è una fase critica piena di scompensi ormonali dove è facile fare errori come bere o drogarsi, eppure per la legge, si, la legge che dici tu, a 18 anni si può prendere la patente ed ammazzare la gente per strada, si, ammazzare, perché si sa che guidare un’auto è come avere un’arma.
  • Che centra.. Ma sai come si cresce un figlio? Io ho cresciuto te e ti giuro che a 14 anni non ne sarei stata capace e pensare che erano anche altri tempi…
  • Già, i tempi, una generazione fa si facevano i figli a 20 anni e ora si fanno tutti a 40, come mai? Si fanno i figli secondo la moda del momento? No, si possono fare come vogliamo e possono capitare anche se non li abbiamo programmati, se vengono possiamo scegliere di non farli nascere, di darli via o di tenerceli e io ho deciso.
  • Senti, hai scocciato, ma che ne sai dei figli, ora basta, abbiamo preso un impegno con l’ospedale.
  • Li ho già richiamati e annullato tutto.
  • Cosa hai fatto??
  • Ho fatto ciò che è giusto per me, mamma… mi aiuterai?
  • No, veditela da sola!
  • Lo so che ora fai così perché sei arrabbiata con me ma non è colpa mia.
  • E che è colpa mia??
  • La natura è fatta così, ci predispone ad essere mamme già da giovani con il cervello ancora in formazione, significa che per fare le mamme non bisogna essere intelligenti, anche le formiche scopano, non centra niente la mia crescita neurologica ed intellettiva con l’essere mamma.
  • E basta con superquark e questo Piero Angela.
  • Lo so, mi piace e quando lo vedo sento che piace anche a lui nella mia pancia.
Dieci anni dopo.
  • Maestra, oggi la mia mamma si laurea.
  • Auguri, mi raccomando Tiziano, studia e diventa bravo come lei.
  • Va bene, comunque non ce l’avrebbe mai fatta senza l’aiuto di mia nonna che è stata sempre con me e gli ha permesso di studiare, me lo dice sempre.
  • Beh, studiare richiede sacrifici.
  • Lo so e ora finalmente avrò la mia mamma tutta per me, me lo ha promesso, domani partiamo per Eurodisney.
  • Tu e tua mamma?
  • No, viene anche nonna, mamma gli aveva detto di restare a casa ma lei gli ha risposto che non può stare senza di me.
  • E mamma che dice di questo?
  • Beh.. dice che nonna è ancora una bambina…


Sei ancora una bambina (fine)