giovedì 7 giugno 2018

La prima volta che… squillò

La prima volta che… squillò








La professoressa Santangelo scriveva la formula alla lavagna, il gesso scivolava scrocchiando ad ogni curva e dietro a lei qualche sottile risatina alla quale era ormai abituata, in fondo erano ragazzi nel pieno dell’adolescenza e degli scompensi ormonali, poi in quelle risate soffocate c’era rispetto dal momento che erano veramente silenziose.
Di spalle ai ragazzi mentre scriveva pensava a Corvino e Spieza che sicuramente se ne fregavano di lei giocando segretamente a tris sul banco che ripulivano con la saliva ad ogni partita, pensava a Grisoni che si scaccolava fingendo poi di tirargli alle spalle quelle pallottoline di muco solido, pensava a Raimondi e Leonardi che probabilmente stavano scrivendo un altro pezzo della loro ennesima opera: un finto dialogo dei genitori di qualche compagno durante un rapporto sessuale.
DRING, DRING, DRING..
La Santangelo si voltò, era la prima volta che capitava in classe, erano arrivati anche lì i telefonini? Non era una cosa per pochi eletti adulti?
- E’ la mamma, - disse Giulia Pecorelli, - posso uscire un attimo?
‘La mamma?’ pensava la professoressa, ‘forse è importante,mi chiedono di uscire per andare in bagno perché non farla uscire un attimo se chiama la mamma? Sicuramente una breve chiamata è più veloce di una pisciata o di una sigaretta.’
- Va bene, esci ma veloce.
- Grazie professoressa.
CLUNK, Giulia Pecorelli uscì dall’aula e chiuse la porta.
- Pronto?... Ciao Mamma tutto bene, si si la prendo io Miriam appena esce da scuola già lo so…. No mamma, hai sbagliato, ricreazione è finita dieci minuti fa, stavo a lezione ora… no, non si è arrabbiata la professoressa ma non farlo più.
Ovviamente ricapitò, nel giro di tre mesi altri cinque alunni portarono in classe un telefonino e qualche chiamata in orario di lezione scappò.
Finito l’anno scolastico e passata l’estate più di un terzo della classe aveva con se un telefonino, nel frattempo erano cambiate le modalità, meno invasive ma più frequenti: i messaggini.
BEEP BEEP… BEEP BEEP..
- Basta!! - Gridò un giorno la Santangelo, - ve lo butto dalla finestra!!
L’alunno Marco Procaccini scoprì che il telefono si poteva silenziare ed istruì subito i compagni, il vibracall non era ancora uno standard per tutti i telefoni ma presto lo divenne.
Quando invece Miriam, la sorella di Giulia Pecorelli, andò al liceo, la tecnologia era cambiata nuovamente, i telefonini facevano foto e video ed erano direttamente interconnessi con il web, tutti questi cambiamenti avvennero così rapidamente che non ci fu il tempo di comprenderli appieno e disciplinarli.
Fu così che quando Marco Procaccini mise in rete un filmato fatto con il suo telefonino dove si vedeva il suo amico Andrea Piccirillo mentre strappava la gonna, evidentemente mal allacciata, a Miriam Pecorelli successe l’irreparabile.
Andrea Piccirillo fu sospeso e dovette ripetere l’anno, Miriam Pecorelli tentò il suicidio per la vergogna ed i genitori decisero di andare a vivere con le loro due figlie in un’altra città e la professoressa Santangelo finì su tutti i giornali visto che il fatto accadde durante una sua lezione mentre era alla lavagna di spalle ai ragazzi.
La professoressa anni dopo andò in pensione e cancellò dalla mente il fattaccio, negli ultimi anni ne erano successe di cose simili se non più gravi nelle scuole di tutta Italia ed il filmato della una gonna strappata si era ormai perso nella rete mentre Miriam divenuta grande sembrava un’altra persona.
L’unica cosa che la professoressa Santangelo ricordò perfettamente fu la prima volta, così spiazzante rispetto al mondo scolastico che conosceva fino ad allora.
La scuola non era più quel guscio di protezione per i minorenni dai pericoli della vita, quel guscio si era bucato, il mondo esterno con tutti i suoi pericoli era penetrato all’interno.
Più volte riviveva la scena e col senno di poi fantasticava.
DRING, DRING, DRING..
- E’ la mamma, posso uscire un attimo?
- No! Riattacca, spegni quel telefono e rimettilo nello zaino, se è una cosa urgente tua madre chiama La Scuola !!

martedì 5 giugno 2018

Cade un albero


CADE UN ALBERO








Cade un albero.
Mario, una guardia del Corpo forestale dello Stato, lo vede morto disteso sul terreno nel Parco nazionale del Pollino a cavallo tra la Basilicata e la Calabria. ‘Deve essere caduto questa notte’ pensa ‘ieri era tutto a posto...’
Chiama la centrale ed in giornata intervengono, rimuovono l’albero ridando ordine al bosco convinti di aver fatto la cosa giusta, si vero, così il bosco è più bello e poi quell’albero a terra poteva essere un pericolo.
Giudizi del tutto soggettivi.
Anni dopo Mario e tutto il Corpo Forestale capisce di aver sbagliato.
Se si decide di lasciare incontaminata la natura bisogna farlo senza intervenire, un albero caduto è un importante tassello nel mosaico della vita, gli organismi decompositori come i batteri ed i funghi demoliscono la materia organica rilasciando carbonio e altri elementi chimici come azoto e fosforo che diventano nuovamente disponibili per altri organismi viventi. In questo modo i decompositori permettendo il riciclo delle sostanze nutritive e forniscono un servizio essenziale per il mantenimento della vita sul nostro pianeta.
Anni più tardi, esattamente nel dicembre del 2016, il Corpo forestale dello Stato fu sciolto ed inglobato nell’Arma dei Carabinieri. In quegli anni anche l’Esercito ed in particolare il Comando Forze Operative Sud provò ad intraprendere una politica ambientale che pretendeva il censimento della flora delle caserme italiane (alcuni ufficiali dell’esercito si dovettero improvvisare botanici) e qualche colonnello propose, ignorando i principi fondamentali del ciclo della vita, la rimozione degli alberi caduti nelle vaste zone boschive di esercitazione. L’iniziativa non ebbe seguito.

Ludovico (anche questo nome di fantasia di una storia verosimile) sin da bambino fu un appassionato di botanica, il padre Mario gli aveva trasmesso questa passione tramite il suo lavoro come guardia forestale, indimenticabili erano le gite domenicali nel Parco nazionale dove aveva un accesso speciale, lì il piccolo Ludovico imparò tanto sulla natura grazie al padre.
Il ragazzo da alcuni anni viveva in affitto a Roma come studente universitario.
Un lunedì mattina si stava recando con lo scooter presso l’Università “La Sapienza” per discutere la propria tesi di laurea in biologia.
Percorreva la Cristoforo Colombo quando arrivò improvvisamente una raffica di vento ed un albero barcollante, che tra l’altro era anche legato per sicurezza ad un cartellone pubblicitario, si spezzò e cadde. Davanti a lui un’auto che non si accorse di niente e proseguì indisturbata. Un altro motociclista dietro di lui ebbe invece tutto il tempo per fermarsi evitando l’impatto e si apprestò subito a dare i primi soccorsi.
Ludovico colpito in testa da un pesantissimo ramo morì sul colpo, il casco si frantumò e frammenti di materia grigia schizzarono fino a due metri di distanza dal cranio.
La tesi che il giovane doveva discutere quel giorno all’università trattava la flora urbana ed ampi spazi erano dedicati agli alberi e la loro fondamentale importanza nel sistema di rapporti equilibrati che consentono il mantenimento della vita sulla Terra.
Gli alberi sono fondamentali in ambito urbano dal momento che assorbono anidride carbonica e rilasciamo ossigeno, ma vengono trattati male e tutti ignorano che la folata di vento che li fa cadere è solo il colpo di grazia.
Piantiamo alberi in pochi metri quadri senza pensare allo spazio che hanno bisogno le radici per sorreggerli e magari li piantiamo in uno strato di terreno di pochi decimetri riportato su una base di ghiaia e ruderi.
Spesso tagliamo le radici per far passare cavi elettrici e tubature impedendo all’albero di sorreggersi e siamo convinti che potandoli si possa evitare l’effetto vela che li farebbe cadere senza pensare al danno biologico che l’albero subisce, tali ferite facilitano l’azione di insetti e funghi che ammalano il legno rendendolo più fragile.
Inoltre capita spesso di costruire edifici dove c’erano già alberi e le nuove correnti di venti che si formano alle quali gli alberi non erano abituati ne modificano l’esistenza rendendoli più fragili.

I giornalisti scrissero di un albero assassino, di una circostanza sfortunata e del cambiamento climatico.
Nulla di tutto questo, un albero trattato male e condannato a cadere non può essere considerato un assassino e una folata di vento che si abbatte su un albero già barcollante per colpe non sue non centra niente con il cambiamento climatico.
Il caso volle che un albero cadde in testa ad uno che comprendeva benissimo perché gli alberi cadono e sapeva, come aveva imparato da tempo suo padre, che la loro morte faceva parte del ciclo della vita.
L’albero venne rimosso ed il suo legno servì per la costruzione di preziose panchine pubbliche a favore di un parco comunale vicino Ostia che ne era privo.

venerdì 1 giugno 2018

IL BAMBINO VENUTO DA LONTANO

IL BAMBINO VENUTO DA LONTANO




- Ciao, contento di rivederti.
Un bambino si siede sulla panchina vicino ad un vecchio che inizia a scrutarlo.
- Ciao, forse sbagli persona, non mi ricordo di te, la mamma non ti ha detto di non parlare con gli sconosciuti?
- Noi ci conosciamo, ma non puoi ricordarti di me, sono passati troppi anni e ho viaggiato tanto, ci tenevo a rivederti ma tra un po’ devo ripartire.
- Hai viaggiato? E dove sei stato di bello? Sei un bambino cosa intendi per tanto?
- Beh, conosci Michelson e Morley?
- Ah.. già, insegnavo all’università del loro esperimento, presero la luce più bella e potente, quella del sole e tramite degli specchi la diressero sia ad est che ad ovest pensando che, visto che la terra girava, la luce doveva per forza di cose sembrare rallentare se viaggiava nello stesso verso con il quale girava la terra, eppure le due velocità della luce, sia verso est che verso ovest rimanevano uguali, un mistero, ma cosa centra ora?
- Ohh, non sapevo che fossi diventato un professore universitario, complimenti.
- Allora vedi che sbagli persona? Mi hai scambiato per qualcun altro.
- No no, ci conosciamo bene, allora sai che visto che la velocità della luce non cambia per forza di cose devono essere lo spazio ed il tempo a cambiare.
- Si, giusto, per far diventare una velocità alta identica ad una velocità bassa basta calcolarla contando più lentamente, ad altissime velocità il tempo rallenta, ce lo ha insegnato Albert Einstein -
- Non lo conosco, mi hanno parlato solo di Michelson e Morley. -
- Chi ti ha parlato di queste cose? E’ astrofisica la insegnavo all’università.
- Chi mi ha portato qua e mi ha permesso di incontrarti.
- E chi è?
- Ormai è la mia famiglia, li conosco poco ma appena mi hanno riportato qui ho visto che è tutto cambiato, non riconosco più niente.. neanche te fratellino. -
Il bambino allunga il braccio e con la mano da una leggera carezza sul dorso della mano del vecchietto, - ciao, devo ripartire, sono contento di averti rivisto. Ciaoo…
Il bambino si rialza dalla panchina fa due passi indietro, si rivolta e scappa via.
Il vecchietto lo guarda perplesso, rimane muto, immobile ed incredulo.

- Papà, ho fatto tutto quello che mi hai detto, - dice il bambino al padre dopo aver girato esternamente intorno al parco, ora vedono il vecchietto di spalle coperti dalla ringhiera ed alcuni cespugli e notano che è rimasto seduto.
- Bravo, vedi come gli somigliavi? - Il padre tira fuori dalla tasca una vecchia foto di giornale ritraente un bambino e continua, - Se sono diventato quello che sono ora lo devo al professore che ha creduto in me da giovane, – con lo sguardo indica il vecchietto, - in confidenza una volta mi raccontò di suo fratello gemello scomparso quando erano ancora bambini, la polizia non ne era venuta a capo e qualcuno ipotizzò addirittura che fu rapito dagli alieni, ebbene mi confessò che da li gli partì l’idea di studiare astrofisica. Un giorno in aula ci spiegò il paradosso dei gemelli di Albert Einstein dove uno dei due gemelli viaggiando nello spazio ritornava sulla terra e rincontrava suo fratello invecchiato, si accorse di come lo guardavo mentre spiegava il paradosso, solo io avevo notato che dietro il suo racconto c’era dell’altro, era impercettibile ma c’era, per questo, in privato, decise di confidarsi con me e, come mi disse, solo con me a parte i famigliari e le indagini di tanti anni prima.
- Papà gli ho raccontato una bugia, io non sono suo fratello.
- Esistono bugie e bugie, anch’io per anni ti ho raccontato di Babbo Natale.
- Si, ma l’abbiamo preso in giro.
- No. Se non lo sa, no. Non lo abbiamo derubato, non lo abbiamo privato di qualcosa, anzi... Forse l’abbiamo illuso, ma se non lo sa non potrà mai essere un’illusione, sarà un sogno, una magia, una speranza.



venerdì 17 aprile 2015

Un ubriaco al circo



Sono stato con la famiglia al circo di Merano, io mia moglie e due bambini.
Era un venerdì ed eravamo in pochi, meno di cento persone.
Lo spettacolo non iniziava, sembrava in ritardo, eppure era già iniziato.
Un ubriaco sentendosi bambino aveva voglia di ampliare il suo stato euforico e allucinato tramite la visione di acrobati, contorsionisti, giocolieri, clown, pony, cavalli ed elefanti.
Camminava barcollando con una bottiglia di birra in una mano ed una busta contenente altre due bottiglie nell’altra mano.
Non trovava pace, prima si sedeva su una sedia, poi si rialzava e con lentezza cambiava posto.
Il direttore artistico, notandolo, lo invitò più volte a fermarsi, sedersi ed aspettare l’inizio dello spettacolo.
Nulla da fare, l’ubriaco continuava a gironzolare, si spostava da una parte all’altra finendo quasi per entrare nell’arena.
Il direttore rinunciò a calmarlo visto che l’ubriaco iniziava a lamentarsi per la sua presenza, con voce lenta ribadiva di non fare nulla di male, che male c’era nello spostarsi con calma e pazienza da un punto all’altro del circo?
Io rimanevo divertito ma anche indignato per la presenza di un ubriaco in un luogo frequentato da famiglie e bambini, pensavo che il direttore, momentaneamente sparito, stesse chiamando le forze dell’ordine.
L’ubriaco iniziò ad alzare leggermente la voce ma sempre con compostezza:” Che ho fatto di male?”, “Che fastidio do?”
Si, in effetti aveva ragione, in fondo toglieva solo l’attenzione allo spettacolo, era difficile non fare caso ai suoi movimenti che comunque non impedivano assolutamente la visione di tutta l’arena.
Spostandosi su un lato del circo sotto le gradinate si attaccò per l’ennesima volta alla bottiglie e dopo un altro sorso crollò addosso alle sedie che gli stavano d’avanti, erano delle sedie pieghevoli non occupate a ridosso dell’arena, il fracasso si sentì bene.
“Portiamolo via, non può stare qui.” Disse il direttore che seguito da altri quattro tra artisti del circo e dipendenti, lo raggiunsero, lo alzarono e lo accompagnarono fuori aiutandolo a rimanere in piedi mentre lo spingevano.
Iniziò lo spettacolo: un giocoliere, una contorsionista, un uomo forzuto, la famiglia Togni con i suoi cavalli, il direttore artistico che era anche un ottimo domatore di elefanti ed un clown che coinvolgeva il pubblico in gag tra un numero e l’altro mentre la pista veniva velocemente riadattata a seconda dell’artista o dell’animale protagonista del numero successivo.
Alla fine, con musica malinconica in sotto fondo, il clown fece capire che la fine dello spettacolo era giunta, si levò il trucco pulendosi la faccia con piccole pezze colorate e dietro un divisorio pieghevole sistemato all’ultimo momento tra lui ed il pubblico, si rivestì.
Era lui.
Si racconta che nella notte dei tempi un ubriaco con i vestiti stracciati ed il naso rosso per l’alcol entrò per caso sulla pista del circo durante lo spettacolo ed inciampando fece ridere il pubblico.
Così nacque il Clown.
Lo spettacolo non era in ritardo, era iniziato in orario con la comparsa del suo primo attore.
Così bravo da anticipare la magia fondendola con la realtà.
Una bella illusione che mi ha svuotato dalle certezze che avevo.

Sono passati giorni ed ancora ci penso.




martedì 3 dicembre 2013

I ladri e la mia realtà - è accaduto veramente questa notte -




La zona dove vivevo era spesso frequentata dai ladri di appartamento, nel corso degli anni parecchi furti nelle case del vicinato, tutto accadeva in piena notte usando quei gas che addormentavano gli inquilini che si risvegliavano la mattina dopo con la casa a soqquadro e priva degli oggetti di valore.
E’ capitato anche a me, fortunatamente salvato dalla sicura della porta disattivabile solo dall’interno, invano fu il tentativo dei ladri di scassinarmi la serratura esterna. Questa l’unica brutta sorpresa appena uscito di casa la mattina dopo.
Ora vivo in città al sesto piano con ben quattro appartamenti per piano, situazione troppo affollata per i ladri di appartamento, eppure questa notte…
Mentre dormivo vengo svegliato da un rumore di scasso, veniva dalla porta principale, scuoto mia moglie nel letto matrimoniale e alzandomi esco dalla stanza, percorro il lungo corridoio e mi dirigo verso la porta di casa, si, il rumore proviene proprio da li e allo spioncino vedo due loschi figuri intenti a scassinarmi la porta.
Urlo, anzi non ci riesco, provo ad urlare con tutte le mie forze inutilmente finché… Mi sveglio! Era solo un incubo, inconsciamente avevo ripescato i ricordi del passato, mia moglie mi guarda e gli dico di continuare a dormire tranquillamente.
Ma i sogni sono il risvolto delle nostre paure come della realtà che ci circonda e questo era il secondo caso e così mentre mia moglie si riaddormenta faccio caso che i rumori ci sono veramente, aumentano, mi rialzo e mi ridirigo verso la porta di casa, questa volta li sento veramente, vedo i ladri attraverso lo spioncino, sono reali, scappo in camera da letto, risveglio mia moglie e gli dico di chiamare la polizia porgendogli il suo telefonino che tiene sul comodino.
Ma lei non vuole chiamare, dice di aver sonno e di voler continuare a dormire, mi altero, impazzisco… e… Mi sveglio! Era solo un incubo, si, un incubo nell’incubo, me ne accorgo anche perché nel sogno la stanza da letto era speculare rispetto alla realtà, la porta del corridoio era posta a destra invece della finestra e non a sinistra come nel mondo reale.
Mi rimetto a letto e addormentandomi risento i rumori, mi sveglio rapidamente ed i rumori cessano, non solo, la porta del corridoio da destra ritorna a sinistra. Ricapita ancora e ancora dopo, mi addormento e sentendo i rumori nel sogno noto che la porta è a destra, perfetto penso, mi risveglio e le cose ritornano a posto compresi i rumori che cessano.
Ho trovato il metodo per capire se sono sveglio o dormo e riaccade una quarta ed una quinta volta ma in ogni caso vedendo la porta spostata capisco di sognare e mi risveglio facendo cessare i rumori di scasso e rivedendo la porta al suo posto, in un certo senso lo trovo anche divertente.
Ora sono sveglio, mi godo questa tranquillità con la porta al suo posto vedendo mia moglie che dorme.
Ma all’improvviso..
ZZZZSSSSSHHHHHH!
E’ reale!!
Sono entrati!!
Sento il rumore del gas uscire dalle bombole e noto le ombre dei ladri provenienti dal corridoio, mi butto sotto le coperte terrorizzato e inevitabilmente mi addormento respirando quell’aria contaminata.
Così mi sveglio la mattina dopo, mia moglie è già alzata, sta in cucina a fare colazione, vedo tutto in ordine, nessun furto, vado da lei chiedendogli se questa notte l’ho svegliata e mi rispondi di aver dormito come un sasso senza interruzioni.
Capisco che era un sogno dentro un altro sogno dentro ancora un altro sogno, alla fine credevo pure di aver trovato un metodo per capire se dormivo o stavo sveglio, almeno così credevo.
Solo ora mi chiedo.
Sono sveglio ora?
Per averne la prova proverò a rileggermi tra un po’ di tempo.

Ma sarò sveglio allora?




venerdì 29 marzo 2013

Erika & Valentina - La malattia è un'idea -





Tornando dopo la visita dal dermatologo Erika passò in farmacia per prendere, come da ricetta, una pomata con bassa ma efficace percentuale di cortisone, ottima per alleviare il prurito e far scomparire quelle crosticine sui gomiti che il medico aveva diagnosticato come psoriasi provocata, oltre che da predisposizione genetica, da stati emotivi e stress (lo stesso medico gli aveva consigliato i cercare un bravo psicologo ed avvalersi anche del suo aiuto per risolvere problemi del genere).
Anche Valentina aveva un problema simile sulle mani (disidrosi, un mix di allergie e stress anche se le cause di questa malattia non erano ancora del tutto note), Valentina al contrario di Erika vedeva la medicina ufficiale con i suoi veleni (cortisoni, vaccini e farmaci vari) inappropriata per il benessere del corpo.
Valentina sosteneva le medicine olistiche ed alternative, credeva nell’omeopatia e dopo una lunga visita ad un centro specializzato si affidò a quelle pilloline di zucchero che non potevano essere toccate con le mani, buttò i soldi in flaconcini colorati che le contenevano indicanti nomi in latino, veleni che in dosi così minime da esistere solo nella fantasia e nell’ignoranza curavano secondo il principio del male simile che cura il male simile.
Erika era la razionalità, Valentina l’istinto e la fantasia estrema, per questo si trovavano bene insieme, anche se si confrontavano spesso e aspramente su questi argomenti.
Tornate a casa si riaccese il dibattito su quale fosse la medicina da seguire ed i relativi soldi da spendere. A chi credere? Che ragionamenti fare? Litigarono per poi più tardi a letto fare l’amore.
Erika e Valentina si amavano anche se erano convinte delle proprie idee, idee contrastanti, una si avvelenava veramente per far scomparire i sintomi, l’altra credeva di curasi con del veleno preso in dosi microscopiche ma in realtà ingoiava solo zucchero e comunque gli obiettivi dell’omeopatia erano ben più nobili: non la scomparsa dei sintomi come faceva il cortisone ma la cura completa!
Il vero male, nel loro caso, oltre ad una predisposizione genetica, era semplicemente lo stress al quale le due ragazze erano sottoposte nella vita di tutti i giorni travolte dalle aspettative che la società imponeva senza lasciare un attimo di serenità.
La dottoressa specializzata in omeopatia aveva trattenuto Valentina per quasi due ore analizzandola da cima a fondo anche a livello psicologico, ad un certo punto credeva di aver capito lo squilibrio della ragazza fossilizzandosi sulla sua sessualità, Valentina ci mise molto a farle capire che non era quello il problema e mai poteva esserlo visto che lo viveva con serenità e gli recava solo felicità.
Valentina guarì in una settimana, l’idea dell’omeopatia aveva fatto centro, le mani tornarono lisce, scomparvero le screpolature ed in fondo non importava come.
Certamente era un’idiozia quel flaconcino di color arancione acceso con su scritto “Sulphur”, zolfo.
Lo stesso zolfo che usato sui fiammiferi dava il fuoco, quel fuoco che come prurito bruciava la pelle screpolandola e irritandola come ustionata, era anche lo zolfo che se ingerito risultava velenoso ma, usando il principio del male simile che curava il male simile - l’essenza dell’omeopatia - veniva diluito all’infinito fino a scomparire in pilloline di zucchero.
Erika sapeva che sarebbe stato bello guarire solo con un’idea, ma lei era troppo razionale per questo tipo di medicina, non ci credeva…
Finché una notte si svegliò all’improvviso con quella idea, la malattia era un’idea, Erika nel dormiveglia come autoipnotizzata immaginò di arrampicarsi su un albero, staccare da un ramo il frutto più bello ed aprirlo con le mani, all’interno al posto del nocciolo vi era proprio quel flaconcino omeopatico color arancione che tra i tanti visti nel cassetto di Valentina più gli aveva stimolato la fantasia. Immaginò di svitare il coperchio e senza toccarne con le dita il contenuto posò l’apertura dell’involucro sulle labbra, quelle piccole palline di zucchero iniziarono a scivolare nella bocca, le sentiva, neanche il tempo di masticarle che già si scioglievano, deglutì tutto di un fiato e suggestionata sentì veramente il dolce in bocca arrivare fino allo stomaco. Fece questo ogni notte per una settimana, l’idea di svegliarsi in piena notte era così forte tanto quella di guarire. Erika si svegliava e saliva sull’albero, si svegliava perché quella era l’ora della medicina ma soprattutto perché voleva guarire con la stessa idea che aveva fatto guarire il suo vero ed unico amore, Valentina.
La pomata al cortisone fu messa da parte e solo dopo una settimana i pruriti e le crosticine sui gomiti sparirono, forse era l’amore della ragione di Erika per il mistico di Valentina, questa almeno era l’idea platonica e sentimentale che si era data, la forte razionalità la spinse però a pensare più alla straordinaria forza della suggestione e dell’effetto placebo, con Valentina aveva funzionato, perché non doveva funzionare anche con lei aiutandosi ulteriormente con i sogni?
L’idea di una cura era una semplice idea come la malattia.  



mercoledì 10 ottobre 2012

FIORI VERI




Proprio quando aveva rinunciato a crearsi una famiglia vedendo ormai la propria vita come una strada da percorrere tra avventure, esperienze e spettacoli da protagonista, Pierfrancesco conobbe Giada e, nel giro di 3 anni, si ritrovò con due bimbi svegli e vivaci, che non lasciavano più tempo ai due innamorati e neanche per se stessi.
Per questo Pierfrancesco viveva il suo amore nei pochi momenti rimasti liberi e tra questi vi erano i sogni.
La notte si apriva quel mondo dell’inconscio dove i figli magicamente sparivano e rimanevano le ansie, le paure, la gioia e l’euforia di una coppia sempre in gioco con se stessa.
La coppia che nella vita reale non aveva mai avuto tempo di pensare alla sua fondamentale essenza si ripresentava nelle fantasie oniriche di Pierfrancesco confrontandosi senza le distrazioni della famiglia.
Situazioni costruttive che accrescevano l’amore e l’affetto, anche se era solo un sogno.
Nei sogni di Pierfrancesco sia lui che Giada si prendevano, si lasciavano, litigavano e si ritrovavano l’uno di fronte all’altra nudi nel loro essere, aperti nel loro comprendersi ed amarsi.
Pierfrancesco così la mattina si svegliava, andava a lavoro a volte malinconico, a volte felice, e poi, tornando a casa, passava dal fioraio e sceglieva i migliori fiori per Giada, se non era per i suoi sogni non avrebbe mai avuto tempo per pensarci.