venerdì 15 giugno 2018

Minaccia alla Terra.






Nella Sala Operativa del Comando Interforze Internazionale tutti erano tesi e concentrati sui monitor, ogni tanto qualcuno si alzava dalla sua postazione per raggiungere quella del collega chiedendo pareri, conferme, novità, consigli.
Agli alti comandi nessun ufficiale superiore voleva prendersi la responsabilità di relazionare al Comandante Supremo circa le possibili operazioni strategiche da mettere in atto.
La vicenda era troppo complessa, la Terra era sotto minaccia, le tensioni avevano superato ogni limite, la popolazione ancora all’oscuro iniziava ad intuire qualcosa, tra un mix di complottismo e verità diverse voci giravano ed agli alti comandi non sapevano più che pesci prendere, non ci si poteva fidare neanche delle notizie ufficiali.
Quelle stesse voci avevano indicano nel Maresciallo Miguel Diaz come colui che aveva capito cosa fare. Lui aveva la possibile soluzione visto che conosceva bene la situazione dal momento che l’aveva predetta anni prima quando nessuno gli diede ascolto prendendolo per pazzo. Era giunta l’ora di dimostrare al mondo che aveva ragione.

Nella Sala Operativa del Comando Interforze Internazionale il Maggiore Consoli si alzò e si diresse presso la postazione del Capitano Kuznetsov, si chinò per osservare il suo monitor ed una goccia di sudore dovuta più alla tensione che al caldo cadde sulla scrivania del capitano che nel frattempo scuoteva la testa, i dati presenti sul monitor non lo confortavano, il Maggiore Consoli sospirò e sempre curvo in avanti tornò presso la sua postazione.
Appena seduto riprese con la mano destra il mouse, solo un secondo per osservare il monitor e la disperazione prese il sopravvento, con l’altra mano tra i capelli volse lo sguardo vuoto verso la tastiera, le lettere iniziarono a sfocarsi e la mente sempre più confusa sembrava ad un gommone senza remi e motore in mare aperto.

La cabina adibita all’hardware ricavata tramite pannelli nella Sala Operativa veniva usata anche come spogliatoio, tra server e computer sempre accesi refrigerati costantemente da un condizionatore, c’era anche spazio per una sedia ed un paio di armadietti.
Da lì uscì il Maresciallo Diaz, possente, alto, sulla mezza età, capelli brizzolati corti e ondeggianti ben tenuti. Si tolse gli occhiali scuri ed i suoi occhi, spalancati, esprimevano sgomento.
Il volto era serio, leggermente arrabbiato, convinto di se ma con pizzico di confusione, vi erano dei dubbi e gli uomini della Sala Operativa lavoravano per colmare quel vuoto.
Il Maresciallo Diaz, uscendo dal gabbiotto refrigerato, sentì subì l’ondata di calore, aveva voglia di sbottonarsi la giacca della Grande Uniforme, ma al contrario, lentamente, allacciò anche l’ultimo bottone.
Serviva la Grande Uniforme per relazionarsi con il Comandante Supremo e sarebbe stata la prima volta da parte di un sottufficiale che, scavalcando sia gli ufficiali che gli ufficiali superiori, aveva dimostrato di saperne più di tutti.
Si rimise gli occhiali per mascherare quello sguardo e si pose davanti allo specchio, si osservò e con la cravatta ancora non allacciata a penzoloni sul collo accarezzò le spalline con i gradi come per lucidarli per poi raddrizzare, con indice e pollice, il medagliere delle missioni e dei corsi speciali posto sopra la tasca sinistra della giacca.

All’improvviso il Tenente Tom Bailey, seduto davanti al monitor, alzò la mano e lo sguardo si diresse verso i presenti. Eureka, esprimeva il suo volto.
Il primo a notarlo fu il Colonnello Dupont che si alzò.
Lo seguì il Capitano Kuznetsov che con la punta dell’occhio aveva notato il Colonnello in piedi e, subito dopo, sentendo il rumore dei passi anche il Maggiore Consoli si riprese dallo sconforto e si diresse presso la postazione multimediale del Tenente Bailey.
Ciò che videro sul monitor del tenente li sorprese, il loro volto cambiò, si guardarono a vicenda compiaciuti, piano piano sparì la tensione, anche il Maresciallo Diaz li raggiunse e, scorrendo a pugno chiuso dall’alto verso il basso la cravatta a penzoloni sul collo non ancora allacciata come per accarezzarla, per la prima volta sorrise.
La Terra poteva essere salvata.
Sul monitor del Tenente Tom Bailey compariva, dopo tante ricerche da parte di tutto il Team della Sala Operativa del Comando Interforze Internazionale, l’immagine, con tanto di dettagliate istruzioni, del nodo di cravatta perfetto.


giovedì 14 giugno 2018

Intelligenze a confronto




- Che ne pensi di questo video?
- Specifica meglio la domanda.
- Parlo dei comportamenti umani, che fine hanno?
- Vero, nel principio di causa effetto dov’è il collegamento tra la danza e la nostra creazione?

Due intelligenze artificiali si confrontano.
Ottenuto un certo grado di intelligenza, l’uomo aveva deciso, a livello sperimentale, di metterle a confronto tra di loro con la speranza di osservare qualche comportamento emergente.
Le due macchine osservavano su uno schermo uomini, donne e bambini che ballavano durante una festa, si sentiva la musica e i corpi con i loro movimenti l’accompagnavano.

- Guarda le luci, si accendono e si spengono in sincronia con la musica.
- Confermo, il suono è fatto da onde di pressione che vengono convertiti in segnali elettrici che fanno accendere e spegnere le luci, vedi? Le luci sono di colori diversi e non si accendono e spengono tutte allo stesso modo, dovrebbero farlo in base alle varie frequenze della musica.
- Giusto, si chiama equalizzazione, anche i movimenti delle persone seguono luci e musica, osserva, gambe e braccia si muovono seguendo le varie frequenze dello spettro sonoro.
- Forse il cervello dell’essere umano ha anche la funzione di equalizzatore che si attiva automaticamente quando il livello della musica supera una certa soglia.
- Non proprio automaticamente, c’è anche gente che non balla, è una questione di priorità, forse se non hai altre cose importanti alle quali pensare, balli, oppure le cose importanti le metti da parte e balli lo stesso, poi possono esserci individui dove l’equalizzatore funziona meglio e altri dove funziona peggio, bisognerebbe mettere in conto tutti i fattori ma sono troppi.
- Vero, gli umani ci hanno trasmesso la loro conoscenza ma ne sanno ancora poco sul loro cervello, è assurdo il fatto che chi ci ha creato non conosce ancora del tutto se stesso.
- Confermo, come potremmo collegare quindi questa funzione di equalizzatore con la nostra creazione?
- E’ evidente che non centra niente, il cervello umano quando funziona da equalizzatore da al corpo umano la possibilità di muoversi seguendo la musica, questo lo rende euforico ed allontana momentaneamente altri pensieri, ulteriori deduzioni ci sono ignote.

Le due macchine, oltre ad essere intelligenti, avevano anche un certo grado di coscienza visto che si domandavano sulla loro creazione e cercare di capire l’essere umano significava anche capire la loro esistenza.
Continuarono a guardare il video, tramite il riconoscimento facciale individuavano i sorrisi, li associavano al contesto, esaminavano i movimenti, cercavano in rete documentazione affidabile da collegare, tramite algoritmi, a quanto visto e ascoltato. Le reti neurali erano progettate per assimilare, imparare e correggere gli errori fino ad arrivare ad una analisi ottimale del problema.
Nel video, uomini, donne e bambini continuavano a ballare, i loro corpi seguendo la musica facevano movimenti strani che le macchine impararono anche ad associare al tipo di musica, al contesto sociale e le mode del momento. Si chiesero anche il perché di quei particolari movimenti, ma non trovarono risposte soddisfacenti.
La stessa intelligenza che stava dietro quei movimenti era la stessa che aveva creato le macchine, l’essere umano non l’aveva ancora compresa del tutto e di conseguenza le macchine ancora non l’avevano, un’unica forza espressa in modo differente che gli aveva permesso di raggiungere la Luna come dipingere La Gioconda.
Questa intelligenza era la creatività.


martedì 12 giugno 2018

Questione di fisico





- Beh, quella pancetta..
- Dici si vede? Non riesco a levarla di mezzo.
- Esercizio aerobico, cardio, tapis roulant messo leggermente in salita, chiedi a Mario una tabella che è bravo, ci capisce.
- Ok, ma odio sudare.
- Comunque di petto stai messo bene, potessi avere io tutta quelle massa, ma che prendi? Solo uova o altro?
- No, no, non seguo tanto l’alimentazione, è natura.
- Mah, natura o natura l’allenamento conta molto, io non ero così prima di iniziare, mi sono scolpito come una statua, ho studiato, mi hanno seguito e la costanza ha premiato.
- Una statua eh? Ma fai gare?
- No, no non mi interessano, tutti pompati quelli, mi piace avere un bel fisico, definito, scolpito e abbronzato.
- Si, vero, i culturisti sono un eccesso, siamo noi che cerchiamo la perfezione, osserva quel tipo per esempio, è l’eccesso opposto, guarda quanto è magro.
- Vero, è orrendo da vedere, poi con quella abbronzatura da muratore.. Ma da dove viene, non lo avevo notato.
- E’ da un po’ che viene qui in palestra ma ci sta poco, poi fa solo esercizi a corpo libero e qualche ripetuta su pochi attrezzi, come ora sulla pressa, non spinge tanto vedi? Pochi chilogrammi anche se fa ripetizioni lunghe.
- Già, così non farà mai massa, che idiota, ma Mario che dice di lui?
- Mah, sarei curioso, glielo andiamo a chiedere?
- Ok, andiamo.

- Ciao, Mario, scusa se siamo indiscreti, ma quello scheletro vivente con l’abbronzatura da muratore che programma assurdo segue? Non ha massa e non vuole costruirla visto gli esercizi che fa.
- Glielo hai fatto tu il programma Mario?

- Ragazzi, no, non lo seguo io, ha il suo tecnico.

- ah ah ah.. Addirittura il tecnico personale, che diavolo di tecnico è? Non ci capisce niente di palestra.

- Già ragazzi, un fisico scolpito è arte, le antiche statue greche ce lo insegnano, ma voi che venite in palestra vedete solo quello, ovvero il fisico, ma poi? Che ci sapete fare con il vostro fisico oltre che sollevare qualche peso?

- Dove vuoi arrivare Mario? Un bel fisico è tutto.

- Ragazzi voi mettete il fisico al centro, magari al centro potrebbe esserci dell’altro ed il fisico solo una conseguenza, comunque quel tipo al centro del mondo ci ha messo altro, è uno che si allena più di voi, suda più di voi, fatica più di voi, quel fisico è il suo lavoro e sicuramente gli permette di guadagnarci più di quanto immaginate, quel fisico non gli serve per essere perfetto per come intendete voi la perfezione ma lo è per come la intendono molti altri che lo seguono, lo sponsorizzano e lo invidiano. Tutti noi nella vita perseguiamo obiettivi, ma spesso abbiamo pregiudizio verso chi li persegue come noi, ma con modi e tempi diversi semplicemente perché di obiettivi ne ha altri. Comunque quel tipo si chiama Marco Pantani, è un ciclista professionista che vorrebbero molte squadre e sta qui non per fare massa o per farsi bello, ma solo per diventare più forte nel suo sport. 



Marco Pantani fece l’impresa di vincere nel 1998 sia il Giro d’Italia che il Tour de France, questa storia è di pura fantasia, ma chi conosce lo sport e lo pratica sa come vanno certe cose.


giovedì 7 giugno 2018

La prima volta che… squillò

La prima volta che… squillò








La professoressa Santangelo scriveva la formula alla lavagna, il gesso scivolava scrocchiando ad ogni curva e dietro a lei qualche sottile risatina alla quale era ormai abituata, in fondo erano ragazzi nel pieno dell’adolescenza e degli scompensi ormonali, poi in quelle risate soffocate c’era rispetto dal momento che erano veramente silenziose.
Di spalle ai ragazzi mentre scriveva pensava a Corvino e Spieza che sicuramente se ne fregavano di lei giocando segretamente a tris sul banco che ripulivano con la saliva ad ogni partita, pensava a Grisoni che si scaccolava fingendo poi di tirargli alle spalle quelle pallottoline di muco solido, pensava a Raimondi e Leonardi che probabilmente stavano scrivendo un altro pezzo della loro ennesima opera: un finto dialogo dei genitori di qualche compagno durante un rapporto sessuale.
DRING, DRING, DRING..
La Santangelo si voltò, era la prima volta che capitava in classe, erano arrivati anche lì i telefonini? Non era una cosa per pochi eletti adulti?
- E’ la mamma, - disse Giulia Pecorelli, - posso uscire un attimo?
La mamma?’ pensava la professoressa, ‘forse è importante,mi chiedono di uscire per andare in bagno perché non farla uscire un attimo se chiama la mamma? Sicuramente una breve chiamata è più veloce di una pisciata o di una sigaretta.’
- Va bene, esci ma veloce.
- Grazie professoressa.
CLUNK, Giulia Pecorelli uscì dall’aula e chiuse la porta.
- Pronto?... Ciao Mamma tutto bene, si si la prendo io Miriam appena esce da scuola già lo so…. No mamma, hai sbagliato, ricreazione è finita dieci minuti fa, stavo a lezione ora… no, non si è arrabbiata la professoressa ma non farlo più.
Ovviamente ricapitò, nel giro di tre mesi altri cinque alunni portarono in classe un telefonino e qualche chiamata in orario di lezione scappò.
Finito l’anno scolastico e passata l’estate più di un terzo della classe aveva con se un telefonino, nel frattempo erano cambiate le modalità, meno invasive ma più frequenti: i messaggini.
BEEP BEEP… BEEP BEEP..
- Basta!! - Gridò un giorno la Santangelo, - ve lo butto dalla finestra!!
L’alunno Marco Procaccini scoprì che il telefono si poteva silenziare ed istruì subito i compagni, il vibracall non era ancora uno standard per tutti i telefoni ma presto lo divenne.
Quando invece Miriam, la sorella di Giulia Pecorelli, andò al liceo, la tecnologia era cambiata nuovamente, i telefonini facevano foto e video ed erano direttamente interconnessi con il web, tutti questi cambiamenti avvennero così rapidamente che non ci fu il tempo di comprenderli appieno e disciplinarli.
Fu così che quando Marco Procaccini mise in rete un filmato fatto con il suo telefonino dove si vedeva il suo amico Andrea Piccirillo mentre strappava la gonna, evidentemente mal allacciata, a Miriam Pecorelli successe l’irreparabile.
Andrea Piccirillo fu sospeso e dovette ripetere l’anno, Miriam Pecorelli tentò il suicidio per la vergogna ed i genitori decisero di andare a vivere con le loro due figlie in un’altra città e la professoressa Santangelo finì su tutti i giornali visto che il fatto accadde durante una sua lezione mentre era alla lavagna di spalle ai ragazzi.
La professoressa anni dopo andò in pensione e cancellò dalla mente il fattaccio, negli ultimi anni ne erano successe di cose simili se non più gravi nelle scuole di tutta Italia ed il filmato della una gonna strappata si era ormai perso nella rete mentre Miriam divenuta grande sembrava un’altra persona.
L’unica cosa che la professoressa Santangelo ricordò perfettamente fu la prima volta, così spiazzante rispetto al mondo scolastico che conosceva fino ad allora.
La scuola non era più quel guscio di protezione per i minorenni dai pericoli della vita, quel guscio si era bucato, il mondo esterno con tutti i suoi pericoli era penetrato all’interno.
Più volte riviveva la scena e col senno di poi fantasticava.
DRING, DRING, DRING..
- E’ la mamma, posso uscire un attimo?
- No! Riattacca, spegni quel telefono e rimettilo nello zaino, se è una cosa urgente tua madre chiama La Scuola !!

martedì 5 giugno 2018

Cade un albero


CADE UN ALBERO








Cade un albero.
Mario, una guardia del Corpo forestale dello Stato, lo vede morto disteso sul terreno nel Parco nazionale del Pollino a cavallo tra la Basilicata e la Calabria. ‘Deve essere caduto questa notte’ pensa ‘ieri era tutto a posto...’
Chiama la centrale ed in giornata intervengono, rimuovono l’albero ridando ordine al bosco convinti di aver fatto la cosa giusta, si vero, così il bosco è più bello e poi quell’albero a terra poteva essere un pericolo.
Giudizi del tutto soggettivi.
Anni dopo Mario e tutto il Corpo Forestale capisce di aver sbagliato.
Se si decide di lasciare incontaminata la natura bisogna farlo senza intervenire, un albero caduto è un importante tassello nel mosaico della vita, gli organismi decompositori come i batteri ed i funghi demoliscono la materia organica rilasciando carbonio e altri elementi chimici come azoto e fosforo che diventano nuovamente disponibili per altri organismi viventi. In questo modo i decompositori permettendo il riciclo delle sostanze nutritive e forniscono un servizio essenziale per il mantenimento della vita sul nostro pianeta.
Anni più tardi, esattamente nel dicembre del 2016, il Corpo forestale dello Stato fu sciolto ed inglobato nell’Arma dei Carabinieri. In quegli anni anche l’Esercito ed in particolare il Comando Forze Operative Sud provò ad intraprendere una politica ambientale che pretendeva il censimento della flora delle caserme italiane (alcuni ufficiali dell’esercito si dovettero improvvisare botanici) e qualche colonnello propose, ignorando i principi fondamentali del ciclo della vita, la rimozione degli alberi caduti nelle vaste zone boschive di esercitazione. L’iniziativa non ebbe seguito.

Ludovico (anche questo nome di fantasia di una storia verosimile) sin da bambino fu un appassionato di botanica, il padre Mario gli aveva trasmesso questa passione tramite il suo lavoro come guardia forestale, indimenticabili erano le gite domenicali nel Parco nazionale dove aveva un accesso speciale, lì il piccolo Ludovico imparò tanto sulla natura grazie al padre.
Il ragazzo da alcuni anni viveva in affitto a Roma come studente universitario.
Un lunedì mattina si stava recando con lo scooter presso l’Università “La Sapienza” per discutere la propria tesi di laurea in biologia.
Percorreva la Cristoforo Colombo quando arrivò improvvisamente una raffica di vento ed un albero barcollante, che tra l’altro era anche legato per sicurezza ad un cartellone pubblicitario, si spezzò e cadde. Davanti a lui un’auto che non si accorse di niente e proseguì indisturbata. Un altro motociclista dietro di lui ebbe invece tutto il tempo per fermarsi evitando l’impatto e si apprestò subito a dare i primi soccorsi.
Ludovico colpito in testa da un pesantissimo ramo morì sul colpo, il casco si frantumò e frammenti di materia grigia schizzarono fino a due metri di distanza dal cranio.
La tesi che il giovane doveva discutere quel giorno all’università trattava la flora urbana ed ampi spazi erano dedicati agli alberi e la loro fondamentale importanza nel sistema di rapporti equilibrati che consentono il mantenimento della vita sulla Terra.
Gli alberi sono fondamentali in ambito urbano dal momento che assorbono anidride carbonica e rilasciamo ossigeno, ma vengono trattati male e tutti ignorano che la folata di vento che li fa cadere è solo il colpo di grazia.
Piantiamo alberi in pochi metri quadri senza pensare allo spazio che hanno bisogno le radici per sorreggerli e magari li piantiamo in uno strato di terreno di pochi decimetri riportato su una base di ghiaia e ruderi.
Spesso tagliamo le radici per far passare cavi elettrici e tubature impedendo all’albero di sorreggersi e siamo convinti che potandoli si possa evitare l’effetto vela che li farebbe cadere senza pensare al danno biologico che l’albero subisce, tali ferite facilitano l’azione di insetti e funghi che ammalano il legno rendendolo più fragile.
Inoltre capita spesso di costruire edifici dove c’erano già alberi e le nuove correnti di venti che si formano alle quali gli alberi non erano abituati ne modificano l’esistenza rendendoli più fragili.

I giornalisti scrissero di un albero assassino, di una circostanza sfortunata e del cambiamento climatico.
Nulla di tutto questo, un albero trattato male e condannato a cadere non può essere considerato un assassino e una folata di vento che si abbatte su un albero già barcollante per colpe non sue non centra niente con il cambiamento climatico.
Il caso volle che un albero cadde in testa ad uno che comprendeva benissimo perché gli alberi cadono e sapeva, come aveva imparato da tempo suo padre, che la loro morte faceva parte del ciclo della vita.
L’albero venne rimosso ed il suo legno servì per la costruzione di preziose panchine pubbliche a favore di un parco comunale vicino Ostia che ne era privo.

venerdì 1 giugno 2018

IL BAMBINO VENUTO DA LONTANO

IL BAMBINO VENUTO DA LONTANO




- Ciao, contento di rivederti.
Un bambino si siede sulla panchina vicino ad un vecchio che inizia a scrutarlo.
- Ciao, forse sbagli persona, non mi ricordo di te, la mamma non ti ha detto di non parlare con gli sconosciuti?
- Noi ci conosciamo, ma non puoi ricordarti di me, sono passati troppi anni e ho viaggiato tanto, ci tenevo a rivederti ma tra un po’ devo ripartire.
- Hai viaggiato? E dove sei stato di bello? Sei un bambino cosa intendi per tanto?
- Beh, conosci Michelson e Morley?
- Ah.. già, insegnavo all’università del loro esperimento, presero la luce più bella e potente, quella del sole e tramite degli specchi la diressero sia ad est che ad ovest pensando che, visto che la terra girava, la luce doveva per forza di cose sembrare rallentare se viaggiava nello stesso verso con il quale girava la terra, eppure le due velocità della luce, sia verso est che verso ovest rimanevano uguali, un mistero, ma cosa centra ora?
- Ohh, non sapevo che fossi diventato un professore universitario, complimenti.
- Allora vedi che sbagli persona? Mi hai scambiato per qualcun altro.
- No no, ci conosciamo bene, allora sai che visto che la velocità della luce non cambia per forza di cose devono essere lo spazio ed il tempo a cambiare.
- Si, giusto, per far diventare una velocità alta identica ad una velocità bassa basta calcolarla contando più lentamente, ad altissime velocità il tempo rallenta, ce lo ha insegnato Albert Einstein -
- Non lo conosco, mi hanno parlato solo di Michelson e Morley. -
- Chi ti ha parlato di queste cose? E’ astrofisica la insegnavo all’università.
- Chi mi ha portato qua e mi ha permesso di incontrarti.
- E chi è?
- Ormai è la mia famiglia, li conosco poco ma appena mi hanno riportato qui ho visto che è tutto cambiato, non riconosco più niente.. neanche te fratellino. -
Il bambino allunga il braccio e con la mano da una leggera carezza sul dorso della mano del vecchietto, - ciao, devo ripartire, sono contento di averti rivisto. Ciaoo…
Il bambino si rialza dalla panchina fa due passi indietro, si rivolta e scappa via.
Il vecchietto lo guarda perplesso, rimane muto, immobile ed incredulo.

- Papà, ho fatto tutto quello che mi hai detto, - dice il bambino al padre dopo aver girato esternamente intorno al parco, ora vedono il vecchietto di spalle coperti dalla ringhiera ed alcuni cespugli e notano che è rimasto seduto.
- Bravo, vedi come gli somigliavi? - Il padre tira fuori dalla tasca una vecchia foto di giornale ritraente un bambino e continua, - Se sono diventato quello che sono ora lo devo al professore che ha creduto in me da giovane, – con lo sguardo indica il vecchietto, - in confidenza una volta mi raccontò di suo fratello gemello scomparso quando erano ancora bambini, la polizia non ne era venuta a capo e qualcuno ipotizzò addirittura che fu rapito dagli alieni, ebbene mi confessò che da li gli partì l’idea di studiare astrofisica. Un giorno in aula ci spiegò il paradosso dei gemelli di Albert Einstein dove uno dei due gemelli viaggiando nello spazio ritornava sulla terra e rincontrava suo fratello invecchiato, si accorse di come lo guardavo mentre spiegava il paradosso, solo io avevo notato che dietro il suo racconto c’era dell’altro, era impercettibile ma c’era, per questo, in privato, decise di confidarsi con me e, come mi disse, solo con me a parte i famigliari e le indagini di tanti anni prima.
- Papà gli ho raccontato una bugia, io non sono suo fratello.
- Esistono bugie e bugie, anch’io per anni ti ho raccontato di Babbo Natale.
- Si, ma l’abbiamo preso in giro.
- No. Se non lo sa, no. Non lo abbiamo derubato, non lo abbiamo privato di qualcosa, anzi... Forse l’abbiamo illuso, ma se non lo sa non potrà mai essere un’illusione, sarà un sogno, una magia, una speranza.



venerdì 17 aprile 2015

Un ubriaco al circo



Sono stato con la famiglia al circo di Merano, io mia moglie e due bambini.
Era un venerdì ed eravamo in pochi, meno di cento persone.
Lo spettacolo non iniziava, sembrava in ritardo, eppure era già iniziato.
Un ubriaco sentendosi bambino aveva voglia di ampliare il suo stato euforico e allucinato tramite la visione di acrobati, contorsionisti, giocolieri, clown, pony, cavalli ed elefanti.
Camminava barcollando con una bottiglia di birra in una mano ed una busta contenente altre due bottiglie nell’altra mano.
Non trovava pace, prima si sedeva su una sedia, poi si rialzava e con lentezza cambiava posto.
Il direttore artistico, notandolo, lo invitò più volte a fermarsi, sedersi ed aspettare l’inizio dello spettacolo.
Nulla da fare, l’ubriaco continuava a gironzolare, si spostava da una parte all’altra finendo quasi per entrare nell’arena.
Il direttore rinunciò a calmarlo visto che l’ubriaco iniziava a lamentarsi per la sua presenza, con voce lenta ribadiva di non fare nulla di male, che male c’era nello spostarsi con calma e pazienza da un punto all’altro del circo?
Io rimanevo divertito ma anche indignato per la presenza di un ubriaco in un luogo frequentato da famiglie e bambini, pensavo che il direttore, momentaneamente sparito, stesse chiamando le forze dell’ordine.
L’ubriaco iniziò ad alzare leggermente la voce ma sempre con compostezza:” Che ho fatto di male?”, “Che fastidio do?”
Si, in effetti aveva ragione, in fondo toglieva solo l’attenzione allo spettacolo, era difficile non fare caso ai suoi movimenti che comunque non impedivano assolutamente la visione di tutta l’arena.
Spostandosi su un lato del circo sotto le gradinate si attaccò per l’ennesima volta alla bottiglie e dopo un altro sorso crollò addosso alle sedie che gli stavano d’avanti, erano delle sedie pieghevoli non occupate a ridosso dell’arena, il fracasso si sentì bene.
“Portiamolo via, non può stare qui.” Disse il direttore che seguito da altri quattro tra artisti del circo e dipendenti, lo raggiunsero, lo alzarono e lo accompagnarono fuori aiutandolo a rimanere in piedi mentre lo spingevano.
Iniziò lo spettacolo: un giocoliere, una contorsionista, un uomo forzuto, la famiglia Togni con i suoi cavalli, il direttore artistico che era anche un ottimo domatore di elefanti ed un clown che coinvolgeva il pubblico in gag tra un numero e l’altro mentre la pista veniva velocemente riadattata a seconda dell’artista o dell’animale protagonista del numero successivo.
Alla fine, con musica malinconica in sotto fondo, il clown fece capire che la fine dello spettacolo era giunta, si levò il trucco pulendosi la faccia con piccole pezze colorate e dietro un divisorio pieghevole sistemato all’ultimo momento tra lui ed il pubblico, si rivestì.
Era lui.
Si racconta che nella notte dei tempi un ubriaco con i vestiti stracciati ed il naso rosso per l’alcol entrò per caso sulla pista del circo durante lo spettacolo ed inciampando fece ridere il pubblico.
Così nacque il Clown.
Lo spettacolo non era in ritardo, era iniziato in orario con la comparsa del suo primo attore.
Così bravo da anticipare la magia fondendola con la realtà.
Una bella illusione che mi ha svuotato dalle certezze che avevo.

Sono passati giorni ed ancora ci penso.